Studio visit: gli artisti in residenza si raccontano

Una giornata di visita agli atelier tra aneddoti della vita degli artisti e qualche anticipazione sui lavori per la mostra finale

Giovedì 31 gennaio gli artisti in residenza hanno ricevuto lo studio visit del committente, Manifattura Tabacchi. Si sono raccontati, forse per la prima volta, sia come persone che come giovani nell’arte. Inoltre è stata un’occasione per parlare della ricerca e delle riflessioni che li hanno portati a creare le opere che esporranno alla mostra finale che sarà inaugurata il 20 Marzo.

Il primo ad aprire il proprio atelier alla committenza è stato Stefano Giuri, già conosciuto per l’esperienza di Toast, lo spazio indipendente ricavato all’interno della vecchia guardiola della Manifattura e dedicato ai giovani artisti emergenti. Stefano, parlando del luogo che lo ha ospitato in questi mesi in residenza, ha detto “qui qualsiasi cosa che toccavo era pieno di memoria”. L’artista ha trovato un muro dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, è avvenuta una fucilazione, e lo ha scelto come ispirazione per la sua opera. Ha quindi lavorato, con dei calchi, sui fori nei mattoni. L’idea è quella di inserire un altro volto, non della storia.

Parlando di Toast, racconta: “è nato perché manca uno spazio indipendente qui a Firenze. Quando ho visto l’ex guardiola ho pensato che fosse il posto giusto al momento giusto per giovani artisti emergenti. Si spera che questo progetto riesca ad avere una continuità. Non è una galleria, perché ospita e non vende niente”.

Anche Matteo Coluccia si è lasciato, in parte, ispirare dalla memoria della Manifattura e delle persone che ne hanno scritto la storia. Dai lavoratori alle loro famiglie. Festa è il nome della sua opera che sarà esposta alla mostra. Il giovane artista, che solitamente utilizza come metodo di espressione la performance e non un’installazione, sta portando avanti da un anno e mezzo una riflessione sul concetto di morte. Non solo morte fisica. Ma in quanto potere della visione, cioè il modo in cui l’immagine ha perso ogni suo contenuto per diventare merce alla base di tutto e, in particolar modo, dell’informazione all’interno del circuito mediatico.

L’installazione Festa si dissocia dall’immagine e utilizza il linguaggio. L’artista: “Volevo qualcosa che evocasse uno stato. L’idea di festa mi fa pensare a qualcosa che si deve innescare, per esempio la macchina di Instagram. E così la cornice diventa qualcosa di mortuario”.

Continuando la riflessione Matteo Coluccia afferma che tutti possono essere artisti con le foto, è un puro approccio democratico. Chiunque oggigiorno potrebbe essere artista. Ciò che è importante è l’interpretazione di un’opera che, a suo avviso, ciascuno deve essere libero di leggere come vuole. All’artista interessa fino a un certo punto che il messaggio della sua opera venga colto: “io dò degli indizi. Faccio una scritta e la presento in un certo modo. Io dò dei suggerimenti estetici, indirizzo lo spettatore ma lui deve aggiungere altro. Non voglio avere il controllo fino in fondo. Io pongo la base, l’altro la completa. Questo innesca un processo di crescita e di evoluzione”.

Ho le braccia a pezzi a forza di abbracciare le nuvole. Da questa frase Lori Lako ha tratto ispirazione per il suo progetto finale. Partendo dall’immagine di un paio di braccioli per bambini, l’artista, di origine albanese, si è concentrata sulla riflessione politica del mare utilizzato dai migranti per attraversare i confini. In questa visione il bracciolo, con accezione positiva, è simbolo di leggerezza e di salvataggio.

Prima di arrivare a parlare della sua opera per la mostra, Lori Lako ha raccontato della sua vita in Albania attraverso l’utilizzo di cartoline non spedite, di fotografie che la ritraggono con la sua famiglia e un video che lei stessa ha ripreso attraverso un buco, lasciato da una pallottola nel 1997, nel portone del palazzo dove viveva.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi è di origine iraniana. È nato a Teheran dove vive ancora la sua famiglia, ha vissuto e lavorato a Milano dove ha iniziato a lavorare con i tessuti per poi iniziare gli studi presso l’Accademia Albertina di Torino.  

La maggior parte dei suoi lavori sono delle scritte nelle lingue che conosce, ovvero il persiano, il turco, l’italiano e l’inglese, tutte con la sua calligrafia. Le sue opere sono caratterizzate dall’utilizzo di tanto cemento, mischiato con vari materiali come, per esempio, il solfato di rame. Riportando le parole dell’artista “la cosa che mi incuriosisce del cemento è che, quando lavoravo con mio fratello nell’edilizia, le persone si chiedevano perché il cemento fosse bagnato. Queste persone non avevano studiato ma avevano imparato l’architettura da sole e così hanno capito che il cemento beve acqua fino a cinquant’anni e così diventa più forte”.

Tatiana Stropakaiová, è l’unica tra gli artisti in residenza, che si dedica interamente alla pittura, in particolare ai ritratti. Riprende figure provenienti da diversi tempi storici, che riportano al tema della memoria. “Quello che voglio è scendere a una dimensione più emotiva. Non solo ritrarre l’aspetto prettamente fisico”. È così che l’artista ha descritto la sua pittura, molto figurativa e realistica, spiegandoci che la sua filosofia personale prevedere di capire fino a che punto può spingersi nel trovare quante forme ci sono in un volto e quante emozioni queste forme possono trasmettere.

Per la mostra finale Tatiana vuole esporre immagini di grandi dimensioni, combinate con altre più piccole, più o meno realistiche. Vuole trasmettere le sue intenzioni e, soprattutto, quello che sente. E vuole farlo attraverso la rappresentazione di un solo soggetto, ripreso dal quadro Venetian Girl di Frank Duveneck del 1880. “Il soggetto è uno solo ma la mia percezione cambia ogni giorno. Ogni giorno ne scopro qualcosa”.

A concludere la giornata di studio visit è Gioele Pomante.  Il suo lavoro è un mix di quadri, scultura astratta e figurativa legati alla trasformazione della materia,“Mi interessano le riflessioni esistenziali. E tento di estetizzare questi miei dubbi con dei lavori. Il mare è il luogo ideale per fermarsi a riflettere su queste cose. Il cielo, l’astronomia e le stelle acquisiscono significato per proiettarci verso infinito”.

Senza entrare nel dettaglio di quello che è il suo progetto finale, Gioele ci ha parlato di un progetto parallelo, le cartoline del pianeta terra: “uno viene sulla terra e ha bisogno di cartoline. Ci siamo noi ma c’è molto altro. Siamo parte di qualcosa di più complesso”.