God is Green – 4 sfide del futuro secondo Pnat

God is Green

4 sfide del futuro secondo Pnat

a cura PNAT

God is Green è la rubrica [Home Edition] sui temi della sostenibilità e del futuro green a cura di PNAT. Ogni domenica alle 16:00.

pnat

Cover: MOST themost.it

Le crisi ambientali di cui siamo testimoni chiedono, con sempre maggiore urgenza, un ripensamento di ciascuna disciplina in chiave ecologica. Il rapido deterioramento dell’ambiente in cui viviamo è senza precedenti e minaccia la sopravvivenza della nostra specie: il consumo di suolo, la deforestazione e la conseguente riduzione della biodiversità, così come il surriscaldamento globale e la desertificazione sono problemi che non possiamo più trascurare.  L’attuale sistema economico e produttivo esige un consumo di risorse che sarà a breve insostenibile. Occorre modificare profondamente l’approccio alla ricerca e alle discipline di progetto, per ridurre drasticamente l’impatto dell’attività umana sull’ambiente e recuperare la nostra relazione con la natura.

In questa situazione in continua evoluzione, scienza e design iniziano a guardare alla natura come ad un repertorio di sistemi cui ispirarsi per affrontare problemi complessi. Il mondo vegetale è un esempio per quanto riguarda l’economia delle risorse, l’efficienza e la capacità di problem solving. Le piante producono ossigeno e depurano l’aria, preservano gli ecosistemi, sono sensori in grado di monitorare qualunque variazione ambientale e di scambiarsi informazioni tra di loro. Le sfide più urgenti delle società e delle città del futuro troveranno valide risposte nelle strategie e nelle tecnologie green. Qualche esempio?

Illustrazione di Cristiana Favretto, www.pnat.net

 

Agricoltura urbana

 

A causa della crescita della popolazione mondiale, dell’espansione delle città e dello squilibrio del sistema produttivo, l’agricoltura si trova a fronteggiare problemi come la scarsa disponibilità di suolo e di energia e l’accesso all’acqua. Il sistema di produzione alimentare deve aumentare la propria efficienza e guardare a nuovi modelli di approvvigionamento, che accorcino le filiere e riducano le vulnerabilità locali. La risposta potrebbe arrivare direttamente dalle città: l’Agricoltura urbana (ve ne abbiamo parlato anche nella puntata dedicata alla Jellyfish Barge).

 

Con l’espressione Agricoltura Urbana si fa riferimento a tutti gli interventi che prevedano l’integrazione delle attività agricole negli spazi e nelle politiche urbane, per creare vere e proprie filiere alimentari locali. Il trasferimento in città della coltivazione, oltre che della trasformazione e della vendita dei prodotti, ha la preziosa capacità di innescare circoli virtuosi per l’autonomia alimentare degli abitanti, la sostenibilità della produzione agricola e la conservazione stessa degli ambienti urbani. Dalla creazione di orti sociali e di tetti giardino coltivabili all’implementazione delle tecniche idroponiche, fino alla riqualificazione delle aree degradate attraverso la piantagione di food forest o la sistemazione di orti mobili, come i pocket park, l’Agricoltura Urbana si compone di svariate opzioni per offrire agli abitanti l’accesso al cibo fresco e sano, ridurre le distanze di trasporto e distribuzione e accrescere la sicurezza alimentare.

La coltivazione agricola in città può innescare processi di sensibilizzazione alla sostenibilità, formazione professionale e riappropriazione degli spazi pubblici da parte degli abitanti e incoraggiare l’attività all’aperto, l’aggregazione, il consolidamento delle comunità locali. Con i suoi prodotti, può fornire sostegno economico alle famiglie o addirittura costituire una fonte di reddito.

Il successo delle esperienze di urban farming è dimostrato e oggi pianificatori, progettisti, amministratori e botanici sono chiamati ad approfondirne le potenzialità. Siamo sicuri che questa strategia eccezionale giocherà un ruolo sempre più strategico nello sviluppo delle nostre città.

Illustrazione di Cristiana Favretto, www.pnat.net

 

La qualità dell’aria

 

L’aria che respiriamo ha un impatto enorme sulla nostra salute. Ci appare chiaro in questi mesi, nei quali veniamo messi a dura prova da un virus che nell’aria trova il proprio mezzo di trasmissione privilegiato. Ma lo sapevamo già: come riporta l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel nostro continente l’inquinamento atmosferico costituisce il principale rischio ambientale per la nostra salute, con un tasso di mortalità enormemente superiore a quello, ad esempio, degli incidenti stradali. Lo sviluppo incontrollato delle città e delle attività produttive ha trascurato a lungo le implicazioni dell’inquinamento dell’aria sulla salute delle persone. Così, oggi ci troviamo a fare i conti con quantità eccessive di particolati (Pm10 e Pm2.5), diossido di carbonio, ossidi di zolfo e di azoto, ammoniaca, monossido di carbonio, metano. Tutte sostanze tossiche, che se respirate in alte concentrazioni provocano o acuiscono disturbi respiratori e cardiovascolari. E la situazione non migliora all’interno dei nostri edifici, dove l’aria può essere più contaminata che all’esterno, a causa dei VOC, i composti organici volatili, sostanze inquinanti prodotte dalle attività quotidiane, come la cucina o le pulizie, rilasciate nel tempo dalle colle e dalle vernici dei mobili, dai materiali da costruzione, dai profumatori o dagli strumenti da ufficio.

 

Respirare aria pura deve essere una nostra priorità. Dobbiamo invertire la tendenza e inquinare di meno, ma al contempo dobbiamo sviluppare sistemi sostenibili di depurazione dell’aria. Il modo migliore per farlo è guardare alle piante. Le piante intercettano gli inquinanti aerei e li incorporano all’interno della loro biomassa. Le radici e le foglie lavorano come filtri altamente efficienti, senza limiti di durata né bisogno di sostituzione. Sia all’esterno che all’interno degli edifici, è nella sinergia con le piante che dobbiamo cercare le soluzioni tecnologiche e pratiche per depurare e rigenerare l’aria.

Illustrazione di Cristiana Favretto, www.pnat.net

 

La fitorimediazione

 

L’attività industriale, la produzione di rifiuti e i trasporti sono tra le cause principali dell’inquinamento atmosferico, dei suoli e dell’acqua. La bonifica dell’ambiente è un’esigenza sempre più urgente per la nostra salute e per la conservazione della nostra specie, ed è ad essa che dobbiamo indirizzare la nostra attenzione. Cominciando con l’imitare quelle forme viventi che per natura depurano l’ambiente nel quale vivono: le piante. 

Per Fitorimediazione si intendono l’insieme delle biotecnologie che impiegano la naturale capacità delle piante di intercettare, assorbire e degradare le sostanze inquinanti per condurre operazioni di bonifica dei suoli e dell’acqua. Ne siamo fermamente convinti: piante e alberi sono gli alleati ideali per la decontaminazione e la rigenerazione dell’ambiente nel quale viviamo. Non ci dilunghiamo oltre, perché a questo tema abbiamo dedicato un’intera puntata della nostra rubrica, Piante e inquinamento

Illustrazione di Cristiana Favretto, www.pnat.net

 

Tree network

 

Le città sono con ogni probabilità gli scenari preferenziali dello sviluppo delle nostre società: riqualificarle con le piante è la scelta più strategica che possiamo fare. Gli alberi dovrebbero sono i nostri concittadini ideali. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: la presenza di alberi e piante nelle città offre benefici in termini di salute, ambiente, consumi energetici, costi, qualità degli spazi. Ma non solo: gli alberi sono degli eccezionali sensori, e possono produrre dati precisi e di qualità. 

Le città sono sistemi complessi ed è fondamentale che siano organizzate in maniera efficiente. L’attuale ricerca sul tema delle Smart city ha come obiettivo la facilitazione della vita dei cittadini attraverso, ad esempio, la capillarizzazione dei servizi e l’orientamento dell’investimento di risorse in maniera equa, sostenibile, inclusiva. L’efficacia di queste strategie è determinata dalla quantità e dalla qualità dei dati a disposizione. 

Gli alberi possono fornire un valido aiuto in questo senso. Nelle foreste, i sistemi complessi per eccellenza, alberi e piante creano una vera e propria rete di condivisione di informazioni e segnali (ad esempio riguardo a potenziali pericoli o attacchi patogeni). Allo stesso modo, all’interno dello spazio urbano, potrebbero costituire una rete per il monitoraggio dello stato di salute delle nostre città. Gli alberi sono in grado di registrare con alta precisione le variazioni ambientali, climatiche, atmosferiche. Con un sistema di sensori, si potrebbe rendere fruibili questi dati, oltre che comunicare il proprio stato di salute e facilitare così la stessa manutenzione del verde pubblico. Immaginatevi se ogni albero della città lavorasse come nodo di un network capace di fornire alle pubbliche amministrazioni dati solidi e affidabili che possano guidare interventi pubblici, indirizzare policies ambientali, e redigere valutazioni dei benefici del verde. Anche in questo caso, siamo certi che anche in questo caso, l’approccio vegetale offra potenzialità sterminate. 

Pnat

PNAT è uno spin off accademico dell’Università di Firenze che si propone come punto d’incontro tra ricerca sperimentale sul mondo vegetale e design sostenibile co-fondato dai biologi Stefano Mancuso (Direttore LINV – Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) Elisa Azzarello, Camilla Pandolfi e Elisa Masi, e i designer Antonio Girardi e Cristiana Favretto.

Guidato dal neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, PNAT ha realizzato in B9 il primo prototipo della Fabbrica dell’Aria, un dispositivo in grado di depurare l’aria all’interno degli spazi sfruttando la capacità naturale delle piante di assorbire e degradare gli inquinanti atmosferici.

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